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Amori che non sanno stare al mondo

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C’è una linea di confine tra la fine di un amore e il suo superamento che può durare anni, una zona grigia nella quale annaspare fino a riemergere. Amori che non sanno stare al mondo, l’ultimo film di Francesca Comencini, al cinema da mercoledì 29 novembre, scandisce in chiave comica le dinamiche umorali di Claudia – una bravissima Lucia Mascino – che pure dopo sette anni, proprio non vuole accettare la fine del suo amore “malato” con Flavio (Thomas Trabacchi).

Prima vera prova cinematografica da protagonisti per i due attori, che nel film interpretano due docenti universitari di letteratura, tra i quali il primo scambio di amorosi sensi è in realtà un duello intellettuale a botte di Kafka e Proust, tra un uomo evidentemente narcisista e una donna ostentatamente femminista e intimamente fragile.

Una prova di forza che due minuti dopo si trasforma in folgorazione e lascia spazio a un amore fatto d’inseguimenti, disparità, voli pindarici ed egocentrismo. Nel film la narrazione delle reciproche prospettive sentimentali procede per feedback. L’apertura gioca ironicamente con la teoria degli sbalzi ormonali da eccesso di ossitocina che causano i deliri e il mal d’amore di Claudia. Ma poi si scivola, di fatto, verso “le conseguenze dell’amore”: le vie di fuga verso amori consolatori e infelici esenti da giudizi di sorta, dove il confronto di coppia è azzerato ed è facile sentirsi accettati.

Lui, come da cliché, incontra una seducente trentenne, lei trova rifugio nello specchio seduttivo di una giovane studentessa invaghita di lei.

Si consuma nella distanza un amore che poi, nonostante il tempo e gli errori, riemergerà nella consapevolezza postuma di entrambi, oltre tutte le schermaglie del prima.

francesca-comenciniAmori che non sanno stare al mondo è una commedia sentimentale amara, interrotta a tratti, ironicamente incalzante eppure zoppicante esattamente come Claudia la sua protagonista. È una storia che ci apre numerosi punti interrogativi sui perché dell’incomunicabilità in amore e su quanto incidano in una coppia le sovrastrutture culturali.

Su questo e altro ci ha risposto la regista Francesca Comencini:

Sembra che in fondo al di là delle nevrosi femminili e delle idiosincrasie maschili, tu abbia voluto raccontare i limiti dell’incomunicabilità tra due persone adulte e colte, due docenti universitari, che pure non sanno parlarsi?

Ho cercato di raccontare, attraverso la fine di un amore, qualcosa che andasse oltre il fatto in sé, ma riguardasse l’epoca che viviamo, le difficoltà del “discorso amoroso” oggi tra un uomo e una donna. Con questo film ho cercato di raccontare con gioia e allegria un disordine amoroso e un dolore, perché quando si soffre per amore, quando si cercano le parole per rovesciare l’assetto delle cose, quando ci si lancia come delle Don Chisciotte impazzite contro la fine degli amori, si è disperate ma anche molto buffe. Ho cercato di creare un personaggio femminile non vittima, seppure sofferente, un personaggio irritante e tenero, scomodo, combattivo. Con lei, intorno a lei, tanti altri personaggi femminili, tasselli di uno stesso mosaico, donne che cercano un altro modo possibile di stare al mondo. In mezzo un uomo, affascinante, che sembra vicino, vicinissimo, ma è ancora lontano: troppo impaurito, troppo guardingo di fronte a tanto disordine e a tanto cercare.

 

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Hai inserito nel tuo film anche una divertente citazione di Paul B. Preciado e del suo Testo tossico, il saggio di biopolitica dove Preciado denuncia il fatto che una donna adulta, socialmente, venga svalutata al pari di un’auto usata, molto più di un uomo. Perché secondo te?

Sì, il film parla anche di questo, del tempo che passa, dell’inizio dell’invecchiamento dei corpi e dei cuori, e di come attraversare questo passaggio sia diverso per un uomo o per una donna. Non credo che questo sia dovuto a motivi “naturali” ma piuttosto a costruzioni culturali, a come ancora viene considerato il corpo delle donne, la loro bellezza, la loro soggettività. Mi è sembrato che nel testo di Preciado ci fosse un’analisi e una risposta tra le più illuminanti e geniali che ho potuto leggere recentemente. I nostri corpi sono anch’essi, anzi, soprattutto loro, terreno di un contratto sociale e di un sistema politico e di un modello di produzione, invecchiare non è un’ affare privato ma una questione di controllo e di valore sociale. La scommessa che ho fatto, con le sceneggiatrici è stata quella di volgere un testo filosofico, a mio avviso estremamente importante e profondo, in un dispositivo di commedia, ironico e autoironico. L’autoironia che ho cercato di usare parlando del femminile è in questo film un modo di rafforzare il racconto del femminile stesso, di sottrarlo a toni vittimisti.

 

 

Ma poi certi amori non dovrebbero fare dei giri immensi per poi tornare?

Non so, io ho raccontato una storia, non riesco a teorizzare in modo generale. Qui questo amore finisce, e il lutto che provoca questa fine genera anche un processo di trasformazione per la protagonista.

Ho voluto molto ardentemente fare questo film, perché credo sia una delle grandi utopie del nostro tempo quella che si nasconde dietro tutto questo disordine. C’è un tesoro nascosto dentro quel rincorrersi, dentro tante incomprensioni, tanti belligeranti nottate: un modo differente per gli uomini e le donne di stare assieme senza pagare il prezzo, ormai irricevibile eppure ancora moneta corrente, del silenzio delle une e del dominio degli altri.

D.F.Wallace diceva che “per motivi non del tutto chiari molti di noi trovano i codici della guerra più sicuri di quelli dell’amore“, è vero anche per Claudia e Flavio?

Sicuramente, per motivi non del tutto chiari, è vero anche per i miei protagonisti. Probabilmente le donne hanno messo in movimento dei cambiamenti molto grandi negli ultimi trent’anni, e ancora questi cambiamenti generano timori reciproci e talvolta ostilità.

 

Cosa ci vuole per saper stare al mondo in amore?

Forse ci vuole che il mondo cambi.

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