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Il Binge eating Disorder e il controllo delle emozioni

Chi di noi non ha mai sperimentato almeno una volta l’esperienza di un’abbuffata di cibo?

Quasi sicuramente tutti e ciascuno per ragioni molto diverse!

Per alcune persone però, queste abbuffate (in inglese binge eating) sono molto frequenti e comportano una vera e propria perdita di controllo nei confronti del cibo: non ci si rende conto di quanto si sta mangiando, indipendentemente dalle calorie che poi di fatto assumono.

Binge eating è dunque mangiare intere vaschette di gelato o più confezioni di biscotti o addirittura tutte queste cose insieme oltre ai pasti principali.

Una condizione simile non è sinonimo di un’ingordigia smisurata ma è una malattia a tutti gli effetti! E’ importante riconoscerla e trattarla.

Si parla infatti di Binge Eating Disorder e si colloca tra i Disturbi del comportamento alimentare, nella cui categoria rientrano malattie ben più conosciute come l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e tante altre. Rappresenta quindi qualcosa di serio che non va assolutamente sottovalutato! Proviamo quindi a capire di cosa si tratta per imparare a riconoscerlo.

Per Binge Eating Disorder si intende un comportamento alimentare caratterizzato da abbuffate di cibo con perdita di controllo, che si ripetono da un minimo di una volta alla settimana – per almeno tre mesi consecutivi- a svariate volte nell’arco di una settimana. L’abbuffata viene definita tale quando la quantità di cibo ingerita è oggettivamente grande, potendo portare a superare anche di 2 o 3 volte il fabbisogno calorico giornaliero (ad esempio pasti da 6000 Kcal in un giorno).

Questo significa che mangiare un pasto completo, se di solito non lo si fa, mangiare un gelato o una brioche in più rispetto al normale, non sono da considerarsi perdite di controllo oggettive sul cibo ma soggettive, poiché ci si rende perfettamente conto di quanto si sta mangiando in più rispetto alle abitudini normali. Il punto sostanziale è proprio la “perdita del controllo”, trovarsi quindi a mangiare grandi quantità di cibo, senza realmente volerlo, spesso senza rendersene conto.

Altri comportamenti tipici del disturbo sono:

  • Mangiare più rapidamente del normale
  • Mangiare finché non ci si sente completamente pieni
  • Mangiare anche se non si ha realmente fame
  • Mangiare da soli perché si prova imbarazzo di fronte agli altri
  • Sentirsi in colpa ed insoddisfatti di sé stessi dopo essersi abbuffati

Generalmente alle abbuffate di cibo non seguono azioni per rimediare all’eccessivo introito calorico, come ad esempio esercizio fisico intenso e prolungato, induzione del vomito, digiuno, abuso di lassativi, tutti atteggiamenti che si ritrovano invece nella bulimia nervosa.

Ciò fa si che quasi sempre il binge eating disorder si associ a sovrappeso ed obesità.

Naturalmente non tutti gli obesi presentano un binge eating disorder, ma quasi tutti i soggetti con binge eating disorder sono obesi.

Ma quali sono le cause del binge eating disorder?

Una causa specifica non è ancora stata individuata, ma il disturbo sembrerebbe essere legato ad un’alterata regolazione delle emozioni.

Praticamente, la capacità di esercitare l’autocontrollo su se stessi, compreso il controllo del proprio comportamento alimentare, è fortemente influenzato dalle emozioni che si provano e che a loro volta sono sottoposte ad un certo controllo razionale: vi è tentativo da parte di ciascuno di noi di controllare le emozioni che proviamo, cercando di definire quando dobbiamo provarle, come provarle e come devono manifestarsi.

Se per qualche ragione non siamo in grado di controllare le emozioni che proviamo, anche l’autocontrollo può venire meno, compreso quello relativo al comportamento alimentare.

Dunque è molto probabile che le persone sviluppino questo disturbo perché sperimentano emozioni – generalmente negative – che non sono in grado di gestire adeguatamente.

Da sottolineare che per emozioni non ci si riferisce soltanto a delle sensazioni negative specifiche – come rabbia o tristezza o paura – ma anche a stati d’animo – come lo stato malinconico o lo stato d’ansia o lo stato d’agitazione.

Ecco che il cibo viene vissuto come un mezzo per alleviare uno stato d’animo negativo o per sostituire emozioni negative.

In pratica la persona non avendo e non trovando a disposizione altri mezzi per gestire le emozioni che prova, si rimpinza di cibo per evadere momentaneamente da quella situazione che lo destabilizza. Il problema è che si instaura un circolo vizioso: alla temporanea sensazione di benessere apportata dal cibo, fa seguito il senso di colpa per quanto si è fatto e il senso di sconfitta dovuto al sentirsi incapaci di far fronte ad un problema. Questo senso di angoscia e di frustrazione alimenta altri sentimenti ed emozioni negative che si tenterà di evadere tramite un’altra abbuffata di cibo e così via.

Tendenzialmente tanto più è grande il disagio emotivo che si sta vivendo, tanto maggiore è la quantità di cibo che si sente il bisogno di dover ingerire per avere l’illusione di allontanare il problema.

Si tratta dunque di una forza maggiore che non si riesce a contrastare se si vuole “sopravvivere” alle proprie emozioni: o si cede al richiamo del cibo o si “muore” schiacciati dal peso delle proprie emozioni negative.

Quale il rimedio?

Un rimedio possibile è la psicoterapia: attraverso il colloquio – individuale o di gruppo- si cerca di far emergere i disagi, le paure e le difficoltà di chi soffre di questo disturbo col fine ultimo di migliorarne ed aumentarne l’autostima, fornirgli mezzi per imparare a riconoscere occasioni potenzialmente destabilizzanti, insegnargli a gestire le proprie emozioni e ad esercitare l’autocontrollo.

Secondariamente si pensa anche all’aspetto più pratico: si ridefinisce il ruolo del cibo, si ristabiliscono i ritmi ed i contenuti dei pasti per imparare che il cibo non è un nemico ma un grande alleato del nostro corpo e del nostro benessere! I due aspetti devono procedere di pari passo perché modificando il modo in cui ci comportiamo si modifica anche il modo di pensare e di conseguenza pensare meglio ci fa agire meglio.

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