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Effetti neurologici del pianto prolungato nel neonato

Il pianto è la principale forma di comunicazione del neonato, per esprimere le proprie necessità, i propri bisogni e per interagire con i propri genitori. A partire dalla nascita, il contatto precoce pelle a pelle con il neonato, amplifica il riconoscimento e la percezione sensoriale, un insieme di odori e sensazioni tattili che hanno l’effetto di rilassarlo e di rassicurarlo.

I neonati che nei primi sei mesi di vita hanno un maggiore contatto fisico con i genitori, si sentono più sicuri ed hanno una minore tendenza a piangere ininterrottamente quando vengono lasciati da soli.

Il pianto prolungato, specie tra la prima e la quinta settimana dalla nascita detta fase “Purple crying”, infatti è la tipica espressione del desiderio di attaccamento e di contatto fisico, che se non soddisfatto può instaurare uno stato di stress neonatale nonché effetti neurologici a medio e lungo termine.

Questo tema così delicato è stato trattato dall’Associazione australiana sulla salute mentale infantile (AAIMHI), sottolineando gli effetti dannosi del pianto prolungato al risveglio e durante la notte.

Il pianto non è un capriccio né un comportamento da debellare ma un bisogno essenziale.

Quando questa necessità non viene soddisfatta, il neonato avverte il senso di mancato conforto ed intorno ai sei mesi, quando normalmente si sperimenta la cosiddetta “ansia da separazione”, la situazione di disagio si amplificherà. Al contrario, nei neonati che hanno già sperimentato gli effetti positivi del “bonding”, cioè di quel contatto fisico di pelle e di emozioni, questa fase sarà affrontata con minori traumi perché non sperimenteranno il senso di abbandono, ma avvertiranno la sicurezza del conforto.

Ci sono particolari situazioni, quali ad esempio l’ospedalizzazione del bambino nei primi mesi di vita, condizioni di stress post-partum, patologie materne o in casi di disagio familiare, dove il legame fisico genitore-bambino può essere complicato ed in questo caso dovrebbe essere tutto il sistema preposto all’assistenza materno-infantile a non tralasciare questo aspetto così importante.

Cosa accade quando un neonato viene lasciato ad un pianto prolungato?

Il pianto prolungato oltre ad avere effetti psicologici a breve ma anche lungo termine, ha particolari effetti endocrini: si instaura uno stato di forte stress, tale da innalzare i livelli di cortisolo, che influiscono sullo sviluppo dei sistemi di neurotrasmettitori, che ancora non sono pienamente sviluppati anche dopo lo svezzamento. Questa condizione di stress soprattutto nel primo anno di vita può avere effetti deleteri sulle sinapsi ed in particolare creare instabilità tra le connessione della corteccia prefrontale con le aree più primitive del cervello, questa stabilità è quella che incide sullo stato di ansia e di paura del bambino. Inoltre gli effetti a lungo termine si riscontrano nella tendenza all’iperattività e a deficit cognitivi.

Al contrario i ragazzi che hanno avuto un costante contatto fisico con i propri genitori durante la prima infanzia, hanno un numero di recettori maggiori per il cortisolo e saranno più capaci di gestire lo stress. False credenze farebbero pensare che un eccesso di contatto fisico e di coccole, il rispondere alle richieste del neonato, possa influenzare il carattere rendendolo capriccioso e poco autonomo, invece è esattamente il contrario:

i bambini che, grazie a questo scambio simbiotico, sono cresciuti nella propria affettività saranno meno tendenti a lamentarsi e saranno più indipendenti.

Un ulteriore effetto del pianto prolungato è l’abbassamento delle difese immunitarie che nel neonato sono ancora in divenire, e difatti si riscontra in questi bambini una maggiore suscettibilità alle infezioni già nel primo anno di vita ed una maggiore fragilità respiratoria.

La condizione di stress tuttavia può colpire anche i genitori, che possono loro malgrado sentirsi sopraffatti da una serie di cambiamenti e di situazioni complesse da gestire e a volte le poche ore di sonno, l’organizzazione famiglia-lavoro possono trasformare il pianto  – da una richiesta di aiuto del proprio figlio, ad un fastidio insopportabile.

Indubbiamente ad influire è la scarsa informazione su questo argomento e la moda pericolosamente diffusa di seguire i consigli di alcuni manuali, che invitano a lasciare piangere il bambino anche in maniera continuata, in modo da favorirne il sonno o per assurde credenze che vedrebbero nel coccolare o portare il bambino di notte nel letto con i genitori aspetti negativi.

In realtà sono metodi che non hanno alcun riscontro scientifico né effetto benefico, anzi sono dannosi. Un neonato che si addormenta sfinito dal pianto si rassegna all’abbandono “non si calma”.

Vi è anche un altro aspetto: il protrarsi di un pianto inconsolabile per molto tempo potrebbe indurre facilmente un genitore, magari stanco o stressato, a cercare di far smettere il bambino, in maniera inappropriata.

Così anziché calmarlo e rassicurarlo sarà più probabile che lo scuota, molto spesso a causa del panico, in modo inconsapevole.

Purtroppo, in questo modo, seppur involontariamente si possono procurare notevoli danni al bambino, il quale nei primi mesi di vita ha un cervello e dei muscoli del collo non ancora pienamente sviluppati e quindi più suscettibili.

Si può rischiare in questa fase la “sindrome del bambino scosso”, dove si manifestano delle conseguenze allo scuotimento, non avendo il neonato un corpo abbastanza resistente, e facilmente si possono avere danni al collo e ai vasi sanguigni con possibili emorragie.

E’ chiaro che non si tratta di situazioni causate volontariamente ed è chiaro anche che accudire h24 un neonato non è semplice, è per questo che sono stati studiati dei protocolli di prevenzione internazionali, innanzitutto per aiutare i futuri genitori a comprendere quanto sia importante il contatto fisico con il bambino appena nato.

E’ importante inoltre comprendere che è la qualità dell’accudimento a fare la differenza; sottolineare l’importanza dell’approccio fisico genitore-bambino non significa colpevolizzare chi non può occuparsene tutto il giorno o le mamme che devono rientrare a lavoro presto.

E’ importante fare tesoro di ciò che può far bene: sullo sviluppo emotivo e cognitivo ha un grande impatto portare il proprio bimbo con sé, mettendolo nel marsupio a contatto con il petto, oppure iniziare percorsi di acquamotricità neonatale, dove il contatto genitore-bambino è amplificato dall’elemento acqua, oppure leggere ad alta voce o cantare tenendo il bambino adagiato su di sé. Queste pratiche sono particolarmente benefiche sia nel periodo del “Purple Crying” sia dopo e dovrebbero far parte di un percorso educativo prenatale e postnatale, a cui i genitori e i bambini avrebbero diritto.

2 comments

  • Mimmo La Sala

    Salve
    La mia bimba di 12 mesi compiuti da circa dieci giorni (post1 anno di vita)
    Manifesta pianti inconsolabili durante la notte con risvegli che puntualmente si presentano alle h 02.30/03.00.
    La bimba non indica dolori in nessuna parte del corpo.
    N.B. presenza di molare in fase di “nascita”.

    • Develop_01

      caro papà, l’articolo si riferisce al pianto che non viene “ascoltato” dai genitori; qui ci si sta riferendo al neonato che non sente risposta al suo richiamo; nel vostro caso ci auguriamo che non sia così. Sicuramente il suo pediatra saprà consigliarvi a riguardo. Vi mandiamo un abbraccio

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