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Forever Young. Una riflessione

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ioooo1FOREVER YOUNG è il titolo del film in questi giorni nelle sale di Fausto Brizzi con Fabrizio Bentivoglio, Teo Teocoli e Sabrina Ferilli. Una fotografia di una generazione che fatica a vivere le stagioni della vita. Ne parliamo con Francesco De Paola, psicologo e psicoterapeuta.

 Sul vocabolario Treccani si legge alla voce Giovanilismo: Atteggiamento di chi, non più giovane, ostenta modi e comportamenti che sono tipici dei giovani, o come tali considerati, specialmente per conformistico condizionamento di mode culturali. Cosa ne pensa?

Abbiamo perso il senso della cronobiologia della vita. Ogni tempo ha la sua storia e i suoi inganni e, in questo tempo, c’è una grande confusione su ciò che è buono e giusto. La nostra struttura corporea è già predisposta a vivere un percorso di vita scandito da tappe che sono già stabilite dalla vita stessa: vivere adeguandosi è vivere una vita “giusta”, vivere negandole e violandone ciò che ci impongono, significa non essere mai pienamente nella vita. A volte può significare addirittura “negare” la vita stessa. Oggi la vecchiaia viene associata alla decadenza, quando invece per millenni è stato il tempo della saggezza, il tempo della raccolta dei frutti della vita. Ogni tempo ha le sue regole: il tempo della semina è diverso dal tempo della raccolta. Ingannandoci in questo, stiamo perdendo l’opportunità di cogliere l’essenza stessa della vita. Stiamo perdendo l’opportunità che è nella vita, ovvero quella di utilizzare la vita stessa come un tempo per costruire “altro”.

Cosa significa vivere una vita in armonia?

La felicità e il benessere derivano dal vivere il quotidiano in maniera coerente il tempo della cronobiologia: se sei fuori tempo sei discronico e questa discronia è disarmonia. L’inganno che oggi la società ci propone è fondamentalmente basato sull’elogio della libertà. Una libertà fraintesa, in cui viene associato a tale termine il “fare ciò che si vuole” e il “fare ciò che piace”, senza una direzione, senza orientamento. I valori sono continuamente messi in discussione. Se a tutto ciò aggiungiamo che siamo continuamente sottoposti a un enorme numero di stimoli che continuamente ci distraggono e catturano la nostra attenzione privandoci dell’opportunità di riflettere, è facile capire come sia sempre più difficile trovare un giusto equilibrio con se stessi e con gli altri. Confondiamo l’iperstimolazione con il piacere della vita. Non abbiamo il tempo di renderci conto di ciò che stiamo vivendo e consumiamo energia e tempo in emozioni negative e disfunzionali, inseguendo esperienza dopo esperienza in questa rincorsa bulimica al piacere che, alla fine, lascia sempre più un senso di amarezza e solitudine profonda. Tutto questo perché non siamo mai con noi stessi.

Anche la coppia viene messa in discussione.

Sì, purtroppo questo senso di solitudine, oggi lo si vive anche all’interno della coppia. Dove prima il focus dell’attenzione era sul noi o addirittura sull’altro, oggi il centro è l’io e tutto il resto è fuori, altro da me; il prendersi cura dell’altro o della famiglia è vissuto come sacrificio nella sua accezione negativa. Sembra quasi che ci venga sottratto qualcosa: quella libertà fasulla di cui si parlava prima. Oggi è abituale prendere atto che le persone concepiscono lo stare insieme come un “contratto a scadenza” in cui il tempo della scadenza è il tempo in cui l’altro finisce di appagare i propri bisogni, ovvero, quando l’altro non mi serve più, perché non è più nelle condizioni di appagare i miei bisogni, lo scarto e lo cambio. In questa dimensione della relazione non c’è profondità, né un darsi reale e completo. Ne deriva che anche stando con qualcuno non ci sentiamo mai bene, mai completi perché in questo stato l’altro non è mai abbastanza intimo da farci sentire “a casa”, ed è invece sentito più come un ospite, un accompagnatore temporaneo o, peggio, uno strumento per lenire la mia solitudine.

Ed è per questa ragione che è sempre più difficile vedere relazioni che durino tutta la vita?

Spesso capita che le persone confondano la stabilità in una relazione con lo scemare dell’amore. Tale confusione è data dalla non accettazione che un consolidamento della relazione porta con sé anche il venir meno delle caratteristiche peculiari della fase iniziale quali ad esempio la quantità di attenzioni, il senso di conquista. Chi vive questo naturale cambiamento come senso di perdita è perché non ha saputo nutrire la relazione sostituendo, nel tempo, alcuni bisogni con i valori necessari a creare un percorso di vita insieme. In questo stato di cose, venendo meno i bisogni e non essendo stati capaci di costruire una profondità, le persone cercano altrove illudendosi di trovare la felicità nella novità, non comprendendo invece che stanno semplicemente riperpetuando il copione con un nuovo giro di giostra.

FOREVER YOUNG è un affresco di una generazione di “finti giovani” che cerca altrove.

Cercando di ragionare un po’ per macro categorie, potremmo riconoscere nella nostra società diverse tipologie di comportamento: c’è chi a 50 anni è single e non ha sviluppato in sé il bisogno di famiglia e stabilità, vive un’eterna continuazione dell’adolescenza. Poi ci sono i cosiddetti single di ritorno in cerca di un riscatto emotivo, in recupero di un passato che di fatto non esiste più, non sempre capaci di costruire un futuro. Infine c’è chi pur avendo una relazione o una famiglia, trova nella sua insoddisfazione l’autorizzazione per trovare interessi altrove. Naturalmente esistono anche le coppie che stabiliscono una relazione costruttiva e positiva, ma parleremmo di un altro film.

In questo quadro esiste un punto di svolta?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo fare una distinzione: aspetto individuale e aspetto sociale. Dal punto di vista del singolo il cambiamento è possibile, a patto che la persona lo voglia. Il desiderio di cambiare è la leva su cui poter intraprendere un percorso di evoluzione o di miglioramento. Spesso si decide di cambiare dopo un grande dolore e, in questo senso, potremmo anche azzardare a considerare la sofferenza come opportunità se ne cogliamo il senso ultimo: la vita periodicamente ci invia dei segnali, dei messaggeri di disarmonia, proprio come atto amorevole per indirizzarci verso la ricerca di una maggiore equilibrio che è nella rinuncia a tutto ciò che ci nuoce. Chi è fortunato incontra nuove possibilità di vita, una vera seconda opportunità. Ma è bene ribadire che non si può cambiare nulla che non si desideri voler cambiare.

Qual è invece il punto di svolta per la nostra società?

Socialmente esiste ovviamente un’amplificazione di questo problema. Pensiamo alla metafora del salmone: il flusso della corrente porta tutti verso il basso. Questo flusso di cui non ci accorgiamo in realtà è un condizionamento generale i cui ingredienti sono il piacere facile e la vita facile. Sono pochi quelli che provano a fare una risalita al contrario. Di solito questi pochi, fortunati, sono proprio quelli che a causa delle ripetute batoste si rendono conto dello stato di illusorietà insito nella “farsa” che stavano recitando. Anche perché percorrere il flusso della corrente al contrario costa fatica e le persone non hanno voglia di fare fatica, soprattutto se non ne vedono il senso. Per questo, spesso, la leva per il cambiamento è la sofferenza: essa sola consente di dire “basta”. Infatti quella fatica di opporsi a ciò che ci viene proposto come facile è una fatica illusoria, cioè quella di rinunciare ad un flusso dove il tempo passa e non ti evolvi con l’evolversi della vita, rimanendo ancorato ad un passato che non esiste più. Chiamiamo il godersi la vita, il perdersi la vita, e con essa il perdersi l’opportunità che è “nella” vita. Abbiamo tutti l’opportunità di utilizzare la vita come una palestra per evolverci, molti neanche ne sono consapevoli, altri non ne sono interessati. Poi, la cosa molto particolare è che quando le persone iniziano a comprendere che questa “fatica” non era altro che lo sforzo di rinunciare a qualcosa che non esiste, iniziano anche a sviluppare altre percezioni della realtà e ad attribuire il “gusto” della vita a qualcosa di vero, prima inimmaginabile.