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La carenza di vitamina D fa male al cuore

Mancare di vitamina D potrebbe esporci maggiormente all’infarto? È quello che suggerisce uno studio del Centro Cardiologico Monzino di Milano, condotto su 814 pazienti ricoverati con infarto miocardico, e pubblicato nelle pagine di due prestigiose riviste scientifiche: su Medicine e sul World Journal of Cardiology (WJC) rispettivamente nel 2015 e nel 2017.

Giancarlo Marenzi

L’équipe del Dott. Giancarlo Marenzi, responsabile della Terapia intensiva cardiologica del Monzino e coordinatore dello studio, ha infatti riscontrato come l’80% dei pazienti infartuati presentasse, al momento del ricovero, un deficit di vitamina D. Un dato interessante ma difficile da interpretare. Lo abbiamo chiesto direttamente a lui e ci ha risposto che “non è ancora chiaro se esista un’associazione tra insufficienza severa di vitamina D e rischio d’infarto o se il livello di vitamina D si scompensi dopo un infarto”. In poche parole, che la carenza di vitamina D sia causa o conseguenza dell’infarto non si sa ancora con certezza.



 

Una cosa invece è certa. Ci sono sicuramente degli effetti della vitamina D sul cuore. È lo stesso Dott. Marenzi a precisare che “sono stati identificati dei recettori della vitamina D a livello dei vasi sanguigni, a livello del cuore ma anche a livello del pancreas. Del resto, lo sviluppo del diabete è più frequente se c’è carenza di vitamina D”. E poi ci sono i dati epidemiologici che correlano la scarsa esposizione solare con bassi livelli di vitamina D e rischio d’infarto, “più frequente d’inverno che d’estate, con un’incidenza nella popolazione che aumenta via via che dall’equatore si sale verso il polo”, sottolinea Marenzi. È inoltre ampiamente documentato che “la carenza di vitamina D si associ a un maggior rischio di sviluppare diabete, ipertensione, ipercolesterolemia”, tutti fattori di rischio cardiovascolare, ribadisce il cardiologo.

 

Varrebbe dunque la pena integrare la dieta delle persone carenti con supplementi a base di vitamina D, a scopo preventivo? Il Dott. Marenzi risponde di sì. A patto, certo, che questa supplementazione avvenga sotto stretto controllo medico. Anche nei casi dei pazienti infartuati, infatti, si è osservato “una curva a U della vitamina D”. Ovvero, che “valori troppo bassi ma anche valori troppo alti si associano a un rischio di complicanze maggiori”. Conviene quindi “rimanere nel range della normalità”.



Detto questo, se si ipotizza un rapporto diretto fra vitamina D e rischio d’infarto, “correggere” i valori di vitamina D “dovrebbe migliorare la prognosi, il rischio di mortalità e il rischio di riospedalizzazione per nuovi infarti”, afferma il nostro esperto. I pazienti infartuati con i valori più bassi di vitamina D osservati nello studio del Monzino, sono sembrati rimettersi più difficilmente e risentire di maggiori complicanze cliniche mentre erano ricoverati, così come a un anno dal ricovero.

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