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L’arte e la bellezza fanno bene alla salute e ci rendono più felici

Possono il bello, l’arte, la natura, farci stare meglio? Sembra proprio di sì. Al pari di una dieta equilibrata e al sano movimento quotidiano, anche un tempo libero di qualità e l’esposizione alla bellezza concorrono a custodire e a favorire un buon stato di salute. L’arte e la bellezza come strategia di prevenzione! Le ragioni ce le spiega un esperto, il Prof Enzo Grossi, già docente dello IULM di Milano e dell’Università di Bologna, che da anni studia il legame fra salute e arte.

Com’è nata l’idea di fare ricerca scientifica sul legame fra arte e salute?

Ho iniziato una decina di anni fa a indagare sulla relazione esistente tra il grado di partecipazione culturale e il cosiddetto psychological well-being (benessere psicologico). E ho scoperto che, tra i fattori che concorrono a questo sentimento soggettivo estremamente complesso, il primo elemento determinante, dopo lo stato di salute fisica, è, senza dubbio, l’esposizione al bello. Certo, anche l’età, l’istruzione, il tipo di professione, il reddito, la zona geografica di appartenenza, influenzano il grado di benessere percepito dai soggetti. Ma possiamo comunque affermare che il bello fa bene alla salute.

Per dimostrarlo ha condotto una vera e propria indagine scientifica.

L’arte ci fa stare bene ma come poterlo provare se non misurandolo? È quello che abbiamo fatto portando 100 volontari ad ammirare i magnifici affreschi della cupola ellittica settecentesca della basilica di Vicoforte, vicino a Cuneo. Imbragati, quindi in condizioni di sicurezza, sono stati condotti lassù, proprio sotto la cupola. In questo modo, potevano godere di una prospettiva eccezionale e vivere un’esperienza emozionante e ricca di stimoli estetici.

Il grado di benessere percepito ha trovato riscontro in un test salivare effettuato prima e dopo l’esperimento. Siamo stati sorpresi dal risultato che mostrava una drastica caduta dei livelli di cortisolo. L’ormone dello stress era sceso mediamente del 60%.

Esistono altri esperimenti di questo tipo che comprovino gli effetti benefici dell’esposizione al bello?

Certamente. Nella letteratura scientifica internazionale ce ne sono vari. Per esempio, uno studio americano di qualche anno fa, condotto dall’Università di Berkley (California), mostrava una notevole diminuzione di alcuni marcatori dell’infiammazione, le citochine pro-infiammatorie a seguito di un’esperienza estetica.

Sta dicendo che, oltre all’appagamento estetico, la fruizione culturale avrebbe addirittura un “effetto antinfiammatorio”?

Andare al museo, alle mostre, ai concerti sono attività che hanno a che fare con i circuiti neurotrofici che sostengono la salute del cervello e bloccano l’attività nociva dei mediatori dell’infiammazione, in particolare del cortisolo che “fa danni” quando siamo sotto stress. Non a caso, lo stress è stato recentemente definito come la malattia del nuovo secolo. Molte delle malattie croniche tipiche della società moderna sono in parte legate al nostro stile di vita.

È per questo che la partecipazione culturale si associa non solo a un prolungamento dell’aspettativa di vita, ma anche a un effetto preventivo delle principali patologie degenerative, tra cui il morbo d’Alzheimer.

In che senso?

Il benessere psicologico è il punto di partenza per ottenere un riverbero sulla salute fisica, sulla longevità e sulla riduzione del declino cognitivo. Un’attività mentale di livello elevato si associa a un dimezzamento del rischio di demenza. I progressi in campo medico ci hanno regalato una sopravvivenza più lunga, ma ne paghiamo il prezzo rimanendo, sempre più tempo, malati cronici.

Abbiamo parlato del cortisolo, l’ormone dello stress. Parliamo ora dell’ossitocina. L’esposizione al bello può stimolare la secrezione dell’ormone della felicità?

È stato visto, anche tramite tecniche di visualizzazione dell’attività cerebrale, come la risonanza magnetica funzionale, che l’arte stimola le aree coinvolte nella sensazione di ricompensa e benessere. Senz’altro quindi, questa stimolazione genera una risposta biochimica e la messa in circolo dell’ossitocina che è l’ormone dell’amore e dello stare bene con gli altri. Rimanere incantati davanti a un dipinto è un po’ come innamorarsi.

Si stabilisce quindi quasi una relazione fra l’osservatore e l’opera d’arte?

Non solo. Quando siamo in un museo o a un concerto, non è solo il bello a farci stare bene. È anche la condivisione del bello. Il fatto che altre persone intorno a noi provino anch’esse la stessa bellissima sensazione fa entrare in gioco i cosiddetti “neuroni specchio” (importante scoperta dell’Italiano Giacomo Rizzolatti dell’Università di Parma ), grazie ai quali tendiamo a metterci nei panni delle persone che ci stanno vicino e a vivere le loro stesse emozioni e azioni come se fossimo noi stessi, in prima persona, a eseguirle. Se vediamo che una persona è contenta anche il nostro cervello attiva delle aree che sono legate alla contentezza.

Possiamo parlare di empatia?

Assolutamente sì. Ed è proprio grazie all’empatia che è molto meglio fruire della bellezza in compagnia che non da soli. L’empatia crea una specie di sincronia fra cervello e cervello con un conseguente effetto moltiplicatore. Si apprezza maggiormente l’armonia di una prospettiva architettonica o di un paesaggio esterno in lontananza se attorniati da persone amiche sorridenti ed estatiche. Il film piace di più se visto in compagnia, al buio di una sala cinematografica. È un fenomeno ubiquitario in qualsiasi tipo di esperienza.

A volte però, l’arte può anche provocare un senso di sconforto e di angoscia nello spettatore. Pensiamo, ad esempio alla sindrome di Stendhal.

Le emozioni negative suscitate dall’arte nella sindrome di Stendhal sono provocate dall’eccesso del bello. Come dire, è talmente forte la sensazione di piacevolezza che questa sensazione poi mi fa svenire. Come quando si piange di gioia. Un eccesso di felicità che non riesco a contenere.

La bellezza quindi, è come un medicinale che va preso a piccole dosi?

Goethe disse un giorno che “la bellezza è negli occhi di chi guarda”. Un modo di dire che la bellezza è già dentro di noi. Qualche tempo fa è stato scoperto “il centro della bellezza”. Merito dello scienziato inglese Semir Zeki che fece vedere una serie di dipinti diversi – classici, astratti, paesaggi, ritratti – a dei volontari chiedendo loro di giudicarli e sottoponendoli a risonanza magnetica funzionale. Vide allora che i quadri ritenuti belli producevano tutti lo stesso effetto nell’osservatore. Attenzione: non gli stessi quadri. Per qualcuno poteva essere bello La Primavera di Botticelli per un altro un ritratto di Francis Bacon. Non ha importanza. Il bello è soggettivo. Ma quando una persona incontra il “suo” bello la sua reazione, le emozioni che prova, sono le stesse.

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