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Le malattie infiammatorie croniche dell’intestino: quali sono, a cosa sono dovute. E’ possibile prevenirle?

Sono tra le malattie gastrointestinali più comuni la cui diffusione è in continuo aumento, specialmente nei paesi industrializzati come il nostro, eppure non tutti ancora sanno bene cosa sono, perché si sviluppano e se è possibile fare prevenzione.

Cosa sono le malattie infiammatorie croniche dell’intestino?

Si tratta di malattie dovute ad uno stato di infiammazione cronica dell’intestino e comportano diversi sintomi – alcuni tipici ed esclusivi della singola malattia, altri comuni a tutte le infiammazioni croniche dell’intestino: diarrea cronica con o senza perdita di sangue con le feci, dolore addominale frequente, febbre alta che ricompare periodicamente e perdita di peso.

Quali sono le principali malattie infiammatorie croniche dell’intestino?

Le principali malattie infiammatorie croniche dell’intestino sono due: la rettocolite ulcerosa e il morbo di Crohn. Sono malattie croniche che iniziano a manifestarsi mediamente tra i 15 e i 30 anni, per quanto anche bambini, adulti ed anziani possano svilupparle, ma meno frequentemente.

Il fatto che siano soggetti giovani ad esserne affetti rappresenta un elemento tutt’altro che trascurabile, dal momento che da tali condizioni ne deriva molto spesso un’importante disabilità che può influenzare negativamente la vita privata, sociale e lavorativa della persona.

Inoltre – tanto prima – si sviluppa la malattia – tanto più – aumenta il rischio di sviluppare nel corso della vita un cancro colonrettale; dopo 10 anni di convivenza con la malattia il rischio di cancro colonrettale è aumentato di 3 volte rispetto a quello della popolazione generale.

Quali sono le cause delle malattie infiammatorie croniche dell’intestino?

Attualmente non si conosce ancora con precisione la causa, si sa però che al loro sviluppo partecipano una serie di elementi tra cui: una serie di fattori genetici, fattori ambientali e fattori legati al microbiota intestinale.

Per quanto riguarda i fattori genetici, studi scientifici in materia dimostrano che una storia familiare di malattie infiammatorie dell’intestino rappresenta il più importante fattore di rischio riconosciuto.

Dunque, avere un parente in famiglia, specialmente se di primo grado, aumenta il rischio di almeno 4-5 volte di poter sviluppare la malattia nel corso della vita.

Un ruolo assolutamente predominante nel favorire lo sviluppo di queste malattie lo ricoprono poi i fattori ambientali, dove con questo termine si intendono tutti quegli elementi in grado di determinare cambiamenti che possono modificare l’equilibrio del nostro organismo.

Lo stile di vita occidentale, ad esempio, costituisce un fattore di rischio perché associato ad una vita sedentaria, ad una dieta ricca di cibi processati, grassi animali, acidi grassi polinsaturi, zuccheri raffinati, all’uso e spesso abuso di farmaci, tutti elementi che possono alterare il nostro equilibrio interno.

Anche i contraccettivi orali, la terapia ormonale sostitutiva, i farmaci antiinfiammatori sono associati con un aumentato rischio di sviluppo di tali malattie.

Anche lo stress sembra avere un ruolo importante quale fattore causa di ricomparsa di malattia e di peggioramento della malattia infiammatoria.

Sembrerebbe poi che chi vive in campagna sia meno soggetto a queste malattie rispetto a chi vive in città perché il sistema immunitario venendo a contatto con più batteri ed altri microrganismi viene attivato e stimolato più frequentemente e quindi si sviluppa meglio; ciò vale specialmente se il contatto si realizza durante l’infanzia quando il sistema immunitario è in via di formazione.

Molti fattori ambientali poi hanno un effetto diverso in base alla malattia che consideriamo: il fumo di sigaretta e la rimozione dell’appendice dopo appendicite sembrano avere un ruolo protettivo nella rettocolite ulcerosa, mentre rappresentano fattori di rischio nel morbo di Crohn.



Parliamo ora del microbiota intestinale.

Il microbiota intestinale è rappresentato dall’insieme di tutti i microrganismi commensali che popolano l’intestino e che include non solo batteri ma anche virus e funghi. Tutto questo mondo microbico in condizioni normali non è nocivo, ma al contrario il suo equilibrio è importante per garantire una serie di funzioni essenziali: corretta digestione ed assorbimento dei nutrienti contenuti negli alimenti, contrasto della crescita di germi patogeni, prevenzione delle allergie, interazione col sistema immunitario consentendone il corretto funzionamento.

Il microbiota intestinale è acquisito alla nascita, ma cambia molto rapidamente durante il primo anno di vita sino a raggiungere una composizione definitiva che si manterrà pressoché costante e stabile per tutto il resto della vita.

Ciononostante delle piccole modifiche nella sua composizione possono ugualmente avere luogo in risposta all’esposizione a certi fattori ambientali (fattori dietetici, esposizione ai parassiti, uso di antibiotici) o in presenza di patologie; tali alterazioni possono influenzare negativamente la funzione che il microbiota svolge all’interno dell’intestino e l’alterazione di questo equilibrio può favorire lo sviluppo di una malattia infiammatoria cronica.

Numerosi studi scientifici hanno documentato in soggetti affetti da queste malattie la presenza di alterazioni del microbiota intestinale sia nella tipologia che nella densità dei batteri commensali della flora intestinale, a conferma che una sua alterazione costituisce un fattore di rischio.

È possibile fare prevenzione?

Attualmente non si dispone di veri e propri mezzi di prevenzione capaci di ostacolare efficacemente lo sviluppo di queste malattie. Una persona sana che desidera conservare e proteggere il proprio stato di salute con un occhio attento al benessere dell’intestino è opportuno che segua una serie di accorgimenti che possono ridurre il rischio di malattie infiammatorie croniche dell’intestino.

Le regole d’oro sono:

  • Stile di vita sano che preveda almeno 3 ore di attività fisica aerobica alla settimana

  • l’introduzione di una dieta alimentare bilanciata sulla base del proprio fabbisogno energetico e che incrementi l’introito di frutta e verdura a scapito di zuccheri e cibi processati

  • l’assunzione di farmaci secondo le modalità e le tempistiche indicate dal medico specialista evitando l’uso improprio o l’abuso.

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