Cerca articoli, video, argomenti..

Come gestire l’ansia da Coronavirus?

L’infezione da Covid-19 e tutte le norme adottate per contenerla stanno creando legittime preoccupazioni, ansie e senso di precarietà.

È allora bene sapere che il senso di disorientamento è normale. Se vogliamo recuperare tutta la serenità possibile, non c’è altra via che seguire i consigli degli esperti.

La situazione che stiamo vivendo in questo periodo non ha eguali nella storia. Non perché si tratti della prima pandemia della storia umana in assoluto, ma perché è la prima che viene costantemente monitorata non solo giorno per giorno, ma addirittura ora per ora. Se, come è giusto che sia, l’attenzione è oggi centrata soprattutto sugli scenari connessi agli aspetti virologici, non possiamo dimenticare che le emozioni condizionano i nostri comportamenti e sono importanti e possono fare la differenza per ciò che riguarda l’evoluzione numerica dei contagi.

Questa responsabilità personale e sociale, unita alla frustrazione generata dall’isolamento, alla preoccupazione per la salute propria e dei cari, l’angoscia sulle ripercussioni lavorative possono diventare un mix emotivo potente che non tutti riescono a controllare con la necessaria lucidità. Abbiamo quindi approfondito il tema con un esperto internazionale per ciò che riguarda i disturbi d’ansia, il professor Giampaolo Perna professore straordinario di psichiatria presso Humanitas University e responsabile del centro per i disturbi d’ansia e panico presso l’Ospedale Humanitas San Pio X a Milano.

Più che una domanda descrivo uno scenario: il Presidente del Consiglio Conte annuncia il sostanziale lock-down della Lombardia e subito oltre 20 mila persone fuggono dalla Regione, mettendo a rischio le comunità di arrivo. In Francia si organizza un mega raduno di 3500 cosplayer travestiti da Puffi, nato per battere un record mondiale ma che diventa occasione per, letteralmente, “puffare il virus”, come hanno dichiarato non pochi partecipanti. In Spagna i tifosi del Valencia (e in Francia quelli del PSG) si sono ammassati nella zona antistante lo stadio per tifare la loro squadra che, per motivi di sicurezza legati proprio al coronavirus, doveva giocare a porte chiuse. Sono situazioni difficili da commentare. Come le spieghiamo?

Nell’unico modo possibile: tutti noi abbiamo di fronte un nemico invisibile, nei confronti del quale non siamo preparati da nessun punto di vista. Non lo siamo culturalmente perché si tratta della prima pandemia di una certa entità, intesa come impatto sanitario, da decenni a questa parte. Non lo siamo culturalmente perché la nostra società ha mano a mano abbattuto i muri legati a vincoli, orari, possibilità di aggregazione festosa, fino ad arrivare alle città che “non dormono mai”.

Ma il nostro cervello funziona ancora in maniera molto arcaica e dunque, di fronte alla percezione di un pericolo, attiva meccanismi che sono precostituiti e che in epoche remote hanno consentito la sopravvivenza della specie.

 

Di che meccanismi si tratta? Come funziona il cervello di fronte ad un pericolo?

“Il cervello di fronte a un pericolo può decidere di attaccare. In questa situazione l’attacco si manifesta come sprezzo del pericolo e, quindi, ecco spiegati gli affollamenti che riteniamo irragionevoli come in occasione del raduno di cosplayer o davanti a uno stadio. Oppure il cervello di fronte al pericolo può decidere di fuggire. Ecco quindi la reazione istintiva della fuga, che è ben testimoniata dalla presa di assalto della stazione di Milano dopo la prima conferenza stampa di Giuseppe Conte in cui annunciava il lock-down della Lombardia e di alcune provincie limitrofe. Abbiamo infine il terzo meccanismo di difesa che è quello dell’immobilità, del fingersi morti. È uno stato di sospensione nel quale non agiamo, non vediamo un futuro e nel quale crescono l’ansia e l’angoscia. I modi in cui il comportamento umano traduce in azioni le reazioni appena descritte non è preventivabile. Ma i meccanismi che vi sono alla base sono chiari. A questi poi si somma la cultura, come seconda natura”.

 

Significa che la risposta all’ansia è anche un fatto culturale?

“Certamente. Noi adesso stiamo vivendo il momento della perplessità, in cui vorremmo saper identificare il nemico ma non possiamo farlo perché è invisibile. Questo genera un clima di incertezza e di sospetto. L’incertezza spinge forte sull’acceleratore dell’irrazionale. E allora ecco i fenomeni di intolleranza, sospetto, ricerca di soluzioni miracolistiche come le overdosi di vitamina C o altre leggende veicolate via social. Quindi se il nostro retroterra culturale sarà cattolico, pregheremo. Se sarà complottista, diremo che si tratta di un’arma biologica e che qualcuno ci nasconde il vaccino, e via così. Sono forme di autodifesa che testimoniano la nostra sostanziale incapacità di affrontare l’imponderabile”.

 

Non ne siamo capaci o non c’è modo di farlo?

“Di fronte all’incertezza ci vogliono risposte chiare, di facile applicazione e che non permettono di perdersi in cavilli interpretativi. A una persona paralizzata dall’incertezza, che coltiva uno stato di stress crescente dovuto all’inattività data dal non sapere che cosa fare è necessario offrire una voce autorevole in grado di fornire degli input semplici e il più possibile operativi. Operativi non significa per forza “fare qualcosa”. Vuol dire piuttosto “limitati a fare questo e in questo modo”.

 

Tuttavia siamo passati attraverso un lungo periodo in cui anche gli esperti sembravano in disaccordo tra loro e le istituzioni locali si sono mosse in ordine sparso. Questo fatto può avere generato ansia?

“Senz’altro ha generato incertezza, che è l’anticamera dell’ansia. E sono d’accordo nel dire che le Istituzioni ci hanno messo un po’ prima di trovare un linguaggio unitario e un messaggio coerente. Adesso però vediamo che c’è un sostanziale accordo tra tutti gli attori in gioco e questo finirà con il semplificare almeno questo aspetto del problema. A chi vive con un particolare stato di apprensione questo momento, voglio dire di non fare overdose di notizie ma di attenersi a quei due o tre appuntamenti che sono sufficienti a capire come vanno le cose. E poi di seguire solo le voci istituzionali. Gli approfondimenti, se si vogliono fare, devono essere fatti seguendo una guida scientifica.

 

La scelta di seguire le istituzioni, però, presuppone che si abbia fiducia in esse. Come facciamo a fidarci?

“Il motivo è semplice: ogni azione istituzionale, oggi, viene decisa di concerto tenendo conto di discussioni e pareri opposti. Non è il frutto di una singola volontà, ma la mediazione tra esigenze che a volte sono anche in conflitto tra loro. L’indicazione finale rappresenta quindi la sintesi di organismi che si controllano tra loro e questo confronto è la miglior garanzia del fatto che il messaggio che ci arriva è stato discusso, vagliato, visto e rivisto, prima di essere comunicato. Ecco perché possiamo avere fiducia. Una fiducia che poi dobbiamo dimostrare agendo di conseguenza e in maniera coerente. Se ascoltiamo e ci comportiamo come richiesto, eliminiamo una quota parte di incertezza e quindi cala il rischio di diventare preda dell’ansia, con tutte le conseguenze negative connesse”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo mail non sarà reso pubblico. I campi contrassegnati con * sono obbligatori.