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Coronavirus: ora è pandemia. Cosa significa? Quanto durerà la crisi da Coronavirus?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha formalmente dichiarato la situazione di pandemia. Era un passo che, negli ultimi giorni, sembrava di fatto inevitabile ma segna, comunque, una tappa importante nella storia di questa crisi sanitaria dovuta a Covid-19. Abbiamo chiesto a Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario dell’Ospedale Galeazzi, virologo e ricercatore presso l’Università degli Studi di Milano, una valutazione della situazione attuale e, se possibile, di disegnare gli scenari futuri.

L’OMS ha dichiarato lo stato di pandemia. Che cosa cambia, di fatto, nella vita dei cittadini?

Nulla, e lo dico serenamente. Non per i cittadini italiani, almeno. Ritengo piuttosto che questo cambiamento terminologico serva soprattutto per effettuare un’opera di pressione politica verso tutti quei Paesi che, inspiegabilmente, non stanno facendo quanto pure sarebbe in loro potere per arginare la diffusione del virus. L’OMS è un ente globale e dunque fa un discorso relativo a come tutti i Paesi del mondo stanno reagendo o preparandosi a un impatto che noi stiamo subendo adesso, ma che da loro arriverà tra non molto tempo. Seguendo l’andamento dei numeri, infatti, possiamo vedere che Francia e Germania stanno ricalcando esattamente le nostre orme. Con l’aggravante, però, di non avere fatto tesoro della nostra esperienza.

Avere iniziato prima significherà anche uscirne prima?

In termini puramente teorici, sì. Ma molto dipenderà dalla capacità dei cittadini di seguire le indicazioni delle istituzioni, che sono le uniche in grado di diminuire la trasmissione del virus entro un limite tollerabile per le nostre strutture sanitarie. Oggi stiamo vivendo una situazione di esplosione numerica dei casi, ma tale situazione si è creata nelle settimane precedenti, quando il virus ha circolato in maniera poco o per nulla sintomatica ed eventuali polmoniti atipiche sono state attribuite ad altre cause perché ancora non c’erano stati casi sul territorio. Le antenne si sono alzate quando sono iniziati i primi casi di importazione, ma tutto lascia supporre che il virus fosse già uscito dalla Cina.

Questo significa che i casi reali sono di più di quelli dei conteggi ufficiali?

Pur mancando una controprova che potremmo avere solo eseguendo un tampone a tappeto su tutta la popolazione (o comunque su campioni statisticamente significativi), darei questo fatto come altamente probabile, per non dire scontato. Io penso che il numero totale dei contagi potrebbe essere tranquillamente moltiplicato per un fattore 5, se non un fattore 10 addirittura. Da ciò possiamo desumere che, da un punto di vista percentuale, i casi gravi e anche i decessi andrebbero ricalcolati. Ma ciò non cambia la situazione attuale, cioè quella dei casi accertati e soprattutto quella di coloro che hanno in questo momento bisogno di cure ospedaliere in reparti di terapia intensiva.

A proposito: c’è una polemica sotterranea, specie nei social, tra coloro che oggi ritengono insufficienti le postazioni di terapie intensiva presenti sul suolo nazionale. E danno la colpa ai tagli alla Sanità degli ultimi lustri.

È chiaro che nel momento del bisogno tutti cerchiamo un colpevole e un responsabile, ma dobbiamo fare un ragionamento a mente fredda. La pandemia è un evento eccezionale e imprevedibile. Di una pandemia non si conosce il virus che la provocherà, che sintomi causerà e quale sarà la sua virulenza. I reparti di terapia intensiva sono quindi stati razionalizzati, che è cosa ben diversa dall’essere genericamente tagliati, sulla base delle reali necessità della popolazione, tenendo conto della progressiva riduzione dei tempi medi di ricovero, grazie a procedure meno invasive e ai progressi della medicina. Un letto di terapia intensiva, con il personale che se ne deve occupare, rappresenta un enorme costo per un ospedale e se questo non viene utilizzato a pieno ritmo, finisce con il provocare una dispersione di risorse che invece sono utili tutti i giorni e per tutti i cittadini. Capisco che dirlo adesso è impopolare, ma dobbiamo renderci conto che questa è una situazione inedita per tutti. E che tutti stiamo imparando da questa esperienza.

A proposito di imparare dall’esperienza: i piani pandemici del 2005, in occasione dell’allarme aviaria prima e SARS poi, sono stati di aiuto?

In linea generale sì. Dopodiché tradurre sul campo le indicazioni teoriche richiede uno sforzo di adattamento che va eseguito nel momento in cui hai di fronte il fatto concreto. Sicuramente senza un piano pandemico elaborato ai tempi, la situazione sarebbe molto peggiore perché non avremmo avuto uniformità di azione nemmeno nei singoli ospedali e nel raccordo tra strutture e istituzioni.

So che siamo appena entrati nel periodo di lock down o, per dirla in italiano, quarantena. Possiamo fare delle stime relative alla durata di questa crisi?

Le stime matematiche, in questo momento, servono soprattutto ai decisori per elaborare strategie atte a evitare una diffusione incontrollata del virus che, nei casi di pandemia lasciati alla loro evoluzione naturale, può toccare attorno al 60% della popolazione. È chiaro che nessuno, in Italia e nel mondo, ha la benché minima intenzione di lasciare che ciò accada e da qui vengono le misure, che per alcuni sembrano esageratamente restrittive, ma che io considero corrette e di buon senso. Dopodiché l’onda lunga dei contagi precedenti al lock down proseguirà per diverse settimane e quindi non dobbiamo attenderci che in pochi giorni se ne scorgano gli effetti.

Anzi, possiamo attenderci che per altri 15 giorni almeno ci sia un ulteriore aumento dei casi. Non voglio fare pronostici ma ritengo ragionevole, sulla base dell’esperienza cinese, che si avrà una stabilizzazione dei contagi nella seconda metà del mese di aprile. Sarà anche quello, probabilmente, il momento in cui potremo stimare la reale grandezza dell’iceberg di cui, oggi, vediamo solo la punta.

 

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