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The dark side of Christmas

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Gioia, canti e gentilezza? Non per tutti. C’è anche chi, il Natale, non lo sopporta.

Ne abbiamo parlato con un esperto, il dottor Stefano Alcini, psicologo e psicoterapeuta, professore a contratto di psicologia generale presso l’Università Tor Vergata a Roma, dove è responsabile e coordinatore del corso integrato di psicologia, pedagogia e sociologia generale.

Nelle città le luminarie cominciano a sfavillare. Sono quelle stigmatizzate dagli ecologisti, dagli ambientalisti, che le considerano un gran spreco di risorse. Forse hanno ragione. Ma se pensiamo al fiorente mercato turistico dei mercatini natalizi non possiamo non pensare a come questo piccolo investimento energetico sia una delle condizioni necessarie per dare una scossa al Prodotto Interno Lordo. È una delle contraddizioni del Natale, una di quelle che spesso emergono quando si parla con coloro a cui il Natale non provoca brividi di gioia e felicità nell’anima.

 

“Le persone che non sono felici a Natale non sono una stretta minoranza, come si sarebbe portati a credere. Si tratta invece di un insieme eterogeno di individui che vivono questa festa con disagio, a volte disappunto, comunque con sentimenti negativi che possono essere di frustrazione, rabbia o malinconia”, mi spiega il dottor Stefano Alcini, psicologo e psicoterapeuta, professore a contratto di psicologia generale presso l’Università Tor Vergata a Roma, dove è responsabile e coordinatore del corso integrato di psicologia, pedagogia e sociologia generale.

 

Secondo lei quali sono i motivi che rendono il Natale così poco gradito, ad alcuni?

“Per spiegare esattamente quali siano i motivi per cui alcuni non apprezzano il Natale bisognerebbe entrare nei loro vissuti e nelle loro esperienze. Se il Natale giunge dopo un lutto, una separazione, un licenziamento, un qualsiasi stravolgimento che implichi una perturbazione del proprio assetto emotivo, tutto ciò influisce in maniera importante (anche se non strettamente deterministica), nella realizzazione di festeggiamenti “standard”. Lo stesso possiamo dire in quei caso in cui i nuclei familiari sono divisi, lacerati da tensioni e recriminazioni; ogni condizione che preveda, come da “copione popolare” tutto tranne che una famiglia divisa, diventa l’occasione per ri-presentificare i motivi di tutte quelle tensioni”.

 

Tuttavia esiste un disagio, un malessere riferito al Natale che non si spiega solo con gli eventi che appartengono alla storia della famiglia. Anzi, sembra proprio che il disagio venga dal Natale stesso. Ci sono persone, infatti, che più ancora che respingere la festività, si sentono respinte da essa. Come mai?

“Non c’è nulla di peggio, per alcuni, che sentirsi dire di dover essere felici. E non solo: che per essere felici sia necessario vestirsi in un certo modo, fare certi regali, creare determinate situazioni. Non è un rifiuto snobistico all’omologazione, quanto il fatto che, probabilmente, queste persone hanno amato, in un certo periodo della loro vita, un “loro” Natale, che adesso non ritrovano più. Possono essere cambiate alcune variabili importanti e questo ha reso irrealizzabile la rappresentazione del loro Natale perfetto. Queste persone fuggono l’idea che il vuoto emotivo di cui soffrono possa essere in qualche modo “riempito” con un prodotto commerciale. Queste persone non vogliono entrare in trattativa con il Natale perché non vogliono che nessuno dica loro come ci si deve atteggiare, quale sia il modo “giusto”. Così si smarcano dall’ideale diffuso ed entrano in una condizione di contrasto ed opposizione”.

 

Altre persone vivono invece il Natale con angoscia perché, letteralmente, non se lo possono permettere:

“Gli ultimi 10 anni, da un punto di vista socio-economico, sono stati devastanti per il tessuto sociale del Paese. L’area di benessere si è assottigliata e gli indicatori economici spiegano in maniera oggettiva come quella fascia tipicamente borghese, sostanzialmente benestante pur senza essere ricca, vedeva nel Natale l’occasione per regalarsi qualcosa, approfittando magari della tredicesima in busta paga. Oggi, nell’epoca del precariato, questo quadro è fortemente anacronistico ma non ancora abbastanza lontano da poter essere storicizzato. Quindi non è possibile fare a meno di pensare che un lavoro così fortemente indirizzato verso la perdita dei diritti acquisiti, e delle garanzie connesse al welfare, si pone la questione del Natale in modi molto diversi rispetto a prima. Da un lato abbiamo la precarietà, la lotta per la sopravvivenza socioeconomica e, dall’altra, l’offerta consumistica che magari si offre anche a rate, con interessi zero, acquisto agevolato, prestiti, cessione dell’oro per avere contante… È il Natale del debito, quello che viene proposto, nel quale più diminuisce la capacità di acquisto degli individui, più aumenta la scelta di merci disponibili. Rabbia e frustrazione sono davvero dietro l’angolo, dato che questa viene venduta oggi come festa degli eccessi, con una declinazione dei prodotti – un tempo tradizionali – oggi confezionati in una miriade di variazioni sul tema (basti vedere quanti e quali panettoni vengano oggigiorno offerti sul mercato). Un’iper-offerta in totale controtendenza con il diminuire del potere di acquisto, secondo una relazione inversamente proporzionale. E questi due sentimenti sono inconciliabili con qualsiasi tipo di gioia natalizia. Qui nasce la rabbia, la frustrazione e con essa il desiderio che tutto finisca al più presto”.

 

Fino ad ora abbiamo parlato di problemi familiari ed economici, ma non dovremmo dimenticare che il Natale, per essere vissuto autenticamente, dovrebbe anche prevedere la sua specifica dimensione religiosa. Questa non dovrebbe rientrare nei discorsi che abbiamo appena fatto.

“La nascita di Gesù rappresenta, insieme alla sua morte e resurrezione, l’evento più importante per la cristianità. Dovrebbe essere un momento unificante anche perché fondato su valori che dovrebbero essere condivisi. Ma anche in questo caso la situazione è divisiva: non possiamo tacere come gli attriti presenti tra le grandi anime della comunità cristiana non aiutano a passare un Natale sereno. C’è una professione del sé cristiano, oggi, che è molto violenta a livello verbale e liquida il messaggio di inclusione evangelico come “buonismo”. Ecco allora che il Natale rischia di diventare la festa di un primato, più che la celebrazione di una rinascita dell’umanità attorno a pochi valori fondanti. Anche questo aspetto diventa destabilizzante perché la comunità religiosa è come una famiglia, per chi vive la fede intensamente. E questo non riconoscersi spezza il legame di tipo cognitivo che si aveva con la propria comunità religiosa. E viene messa in dubbio la propria identità”.

 

Ma come si esce da questa situazione per cercare di passare un Natale migliore di quello che ci si prospetta, partendo da questi presupposti?

“Come detto all’inizio della nostra chiacchierata, se è vero che i problemi sono individuali, anche le soluzioni, lo sono. Tuttavia se il Natale rischia di diventare problematico per i motivi che abbiamo individuato, direi che esiste una sola posizione possibile: cercare all’interno delle proprie esperienze passate quel sapore, quel profumo, quella sensazione che rendeva il Natale la festa che magari abbiamo amato, anche se solo da bambini. Cerchiamo allora di festeggiare il Natale seguendo ciò che parla a noi, alla nostra storia personale o di famiglia (che nulla c’entra con la tradizione nel senso ampio, “di popolo”). Possiamo aiutarci cercando di recuperare quei sapori a cui siamo affezionati. Se non abbiamo soldi per i regali, sotto l’albero metteremo un biglietto, un ricordo, una foto stampata di un momento particolare. E non presteremo ascolto a quel vociare sostanzialmente vuoto che incita a spendere per risplendere. E che crea solo ansia e frustrazione”.

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