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I disturbi della mente: e se avessero origine nell’intestino?

Il disagio psichico resta uno dei grandi enigmi della medicina contemporanea. Allo stato attuale non esiste una spiegazione esaustiva e convincente circa le origini prime di tanti disturbi, dall’ansia alla depressione, fino alle psicosi. Ebbene una ipotesi inedita in merito è quella legata alle conseguenze della disbiosi intestinale, cioè ai disordini della flora batterica. È la conseguenza della teoria dell’intestino come “secondo cervello”. Ne abbiamo parlato con il professor Antonio Gasbarrini, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Medicina Interna e Gastroenterologia del Policlinico Gemelli a Roma.

Qual è il legame tra intestino e cervello?

 Intestino e cervello sono strettamente collegati tra loro. È nell’intestino che vengono prodotti numerosi neurotrasmettitori, grazie ai quali si mantiene un dialogo continuo e incessante tra questo organo e il sistema nervoso autonomo. Una comunicazione che viaggia lungo quell’autostrada che è l’asse ipotalamo – ipofisi – surrene. Ma non è tutto: quando la barriera intestinale è leggermente smagliata a causa di una alimentazione che non rispetta gli equilibri della flora, può verificarsi una migrazione batterica sistemica, che scatena una risposta immunitaria. Abbiamo indizi molto forti rispetto al fatto che proprio questa risposta sia alla base di malattie autoimmuni del sistema nervoso come la sclerosi multipla o alcuni parkinsonismi. Ebbene, dato che la contaminazione batterica può superare la barriera ematoencefalica, non possiamo trascurare come ci possa essere un’azione tossica, infiammatoria anche a livello cerebrale responsabile di altri problemi come sindromi depressive, disturbi d’ansia, fino alla schizofrenia.

Si tratta di un’ipotesi o c’è qualcosa in più?

C’è molto di più. In primo luogo sappiamo già che alcune patologie di tipo psichiatrico si contraddistinguono anche per alterazioni tipiche del microbiota. Da qui è nata l’esigenza di comprendere se queste stesse alterazioni erano una conseguenza del problema o la sua causa. Gli studi sugli animali fanno propendere per la seconda ipotesi: se trapiantiamo il microbiota di un paziente su una cavia “germe free”, cioè predisposta affinché non possieda un microbiota e allevata in ambiente sterile, vediamo che acquisisce i disturbi del paziente, con evidenti alterazioni del comportamento. Questo indica una relazione tra la composizione del microbiota, integrità della mucosa intestinale (che a sua volta dipende dal microbiota) e possibili disturbi del comportamento.

Se trapiantando il microbiota generiamo la malattia significa che i disagi psichici hanno una base infettiva?

No. Non sono malattie infettive nel senso classico del termine, perché non sono causate da un microorganismo specifico. Tuttavia il concetto di familiarità, che spesso è collegato a una serie di disturbi, potrebbe essere ben spiegato non con una predisposizione genetica classica ma da una composizione simile del microbiota intestinale.

Ciò vuol dire che correggendo il microbiota potremmo guarire alcuni disturbi del comportamento?

È Troppo presto per dirlo. Ci sono tantissimi batteri che cooperano tra loro in una trama di relazioni biologiche che dobbiamo ancora svolgere compiutamente. Per ora il trapianto di di microbiota ha dato risultati importanti su alcune patologie acute (per esempio l’infezione da clostridium difficile antibiotico resistente). Ma non appena ci saranno evidenze importanti sull’utilità di questa procedura anche per altri problemi, inclusi quelli psichici, si procederà senz’altro.

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