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Olio di palma e rischio oncologico: facciamo chiarezza

Dire olio vegetale oggi significa dire olio di palma. Con buona pace del caro vecchio e mediterraneo olio di oliva. A tanto ha portato il battage mediatico che nell’ultimo anno ha messo sotto i riflettori un ingrediente di molte preparazioni alimentari, soprattutto dolciarie, di cui i più ignoravano anche l’esistenza. Facciamo un po’ d’ordine e cerchiamo di capire cos’è l’olio di palma, perché si usa e perché è stato demonizzato.

L’olio di palma è estratto da una palma che cresce in ambienti tropicali.

È un grasso non idrogenato che ha ottime proprietà tecnologiche, ovvero le sue caratteristiche non vengono alterate nella maggior parte delle preparazioni alimentari e non irrancidisce facilmente.

Ma allora perché è stato messo alla gogna?

Bisogna fare un passo indietro e capire cosa succede quando gli olii vegetali vengono portati a temperature sopra i 200 gradi. In queste condizioni si formano i cosiddetti contaminanti da processo (esteri degli acidi grassi e altre sostanze), alcuni dei quali si è dimostrato essere associati a tossicità renale e a effetti negativi sull’apparato riproduttivo maschile (peraltro in laboratorio, a dosi molto elevate e dopo lunghi periodi), mentre altri (glicidil esteri degli acidi grassi) erano potenzialmente genotossici e cancerogeni.

Se ciò è vero, perché solo l’olio di palma è assurto agli onori della cronaca?

Perché si è visto che nei processi di trasformazione dei prodotti con questo olio i contaminanti alimentari si formano 6-7 volte di più rispetto ai processi in cui si usano altri olii vegetali.

 Questione di percezione del rischio

Considerando che l’olio di palma entra nelle preparazioni di biscotti e merendine, consumate principalmente dai bambini, il gioco è stato semplice. Tutti hanno percepito di correre un rischio enorme e ci è super-preoccupati che questi contaminanti non rischiassero di nuocere ai più piccoli.

Ma ciò in modo irrazionale. Senza reale evidenza scientifica che avvalorasse questa preoccupazione.

Pochi sanno, ad esempio, che della stessa classe di rischio a cui appartengono i contaminanti dell’olio di palma fanno parte sostanze che comunemente consumiamo come il caffè, come la caffeina, o l’alcol. La situazione è analoga a quella rappresentata dall’acrilammide, sostanza che si forma quando i carboidrati vengono cotti ad alte temperature e bruciacchiati. Ma questa notizia non ha suscitato lo stesso scalpore “. spiega Patrizia Hrelia, Presidente della Società Italiana di Tossicologia.

A poco sono serviti gli interventi dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’Istituto Mario Negri che “in modo indipendente tra loro hanno concordemente affermato che con la normale alimentazione è difficile assumere concentrazioni di contaminanti alimentari derivanti da oli di palma tali da essere pericolose per la salute. Non solo. Si evidenziava inoltre che il rischio era legato alla frequenza e quantità delle consumazioni e che questo, collegato a una normale assunzione di prodotti aventi tra gli ingredienti l’olio di palma, rientrava nel rischio generale legato all’ambiente e agli stili di vita”, aggiunge Hrelia.

Tanto che nell’arco di poche settimane la maggior parte dei produttori ha eliminato l’olio di palma dalle proprie preparazioni, così da assecondare le preoccupazioni dei consumatori e non perdere quote di mercato.

Ma siamo sicuri che siano i consumatori ad averci guadagnato? Sappiamo con quali ingredienti è stato sostituito l’olio di palma? Conosciamo il rischio associato all’assunzione di questi nuovi ingredienti? “ Il problema non è legato al consumo di olio di palma di per sé, ma all’eccesso di grassi saturi nella dieta complessiva, senza dimenticare la grande diversità delle fonti possibili (fritture casalinghe con olio di mais o girasole). Non è sbagliato mangiare troppe merendine perché c’è l’olio di palma, è sbagliato mangiare troppe merendine, indipendente dall’olio di palma, di cocco, di girasole. È necessario capire quali sono i reali margini di rischio e entro che dosi e limiti vale la pena di preoccuparsi davvero. Inoltre, solo pochi dei prodotti da cui è stato eliminato l’olio di palma hanno registrato un miglioramento dei valori nutrizionali relativamente alla quantità di grassi. I consumatori hanno ricevuto informazioni non corrette, non scientifiche e soprattutto ideologiche”, sottolinea Hrelia.

Forse chi ha potuto maggiormente beneficiare di questa situazione sono stati gli esperti di marketing e comunicazione, che hanno potuto proporre alle aziende nuove campagne pubblicitarie, tutte peraltro analoghe e focalizzate su “olio di palma free”.

Per ridurre il rischio oncologico legato all’alimentazione, sia che si tratti di olii che di altri alimenti, “la strategia più ragionevole a livello individuale è quella di variare le proprie fonti alimentari evitando l’abuso di alcuni alimenti, e guardare il problema nella sua interezza, senza demonizzazioni e senza indire crociate non sempre sostenute da sufficienti motivazioni scientifiche”, chiosa Hrelia.