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Il tumore alla prostata: prevenzione, diagnosi e cura

La forma migliore di prevenzione per il tumore alla prostata è la diagnosi precoce: lo afferma Andrea Gallina, uno degli esperti che operano nell’Unità di Urologia dell’IRCSS Ospedale San Raffaele, struttura all’avanguardia in Italia nella cura di questo tumore, anche attraverso tecniche innovative come la chirurgia robotica. «Possiamo mettere in atto una sequenza diagnostica che ci permette di individuare la malattia nel momento in cui è localmente ben delimitata e siamo in grado di offrire una cura in grado di far guarire il paziente».

Andrea Gallina

 

Dottor Gallina, come si attua la prevenzione del tumore alla prostata?

Esistono prima di tutto norme comportamentali che possono ridurre l’incidenza di questo tumore. È stato dimostrato da lavori scientifici pubblicati sulle più importanti riviste del settore: alcune modificazioni dello stile di vita, come smettere di fumare, fare regolarmente esercizio fisico e controllare il peso corporeo riducono il rischio di sviluppare un tumore che potenzialmente è molto pericoloso. A questo si aggiunga il fatto che nei pazienti in buone condizioni generali lo screening è più semplice: l’accuratezza diagnostica del nostro marker principale, l’antigene prostatico specifico o PSA, è meno precisa nei pazienti affetti da malattie metaboliche come il diabete.

Il rischio può essere ridotto ma non annullato e l’altra pietra miliare della prevenzione, che può evitare lo sviluppo di una malattia prostatica grave è la diagnosi precoce. Uno studio randomizzato multicentrico condotto in Europa e pubblicato nel 2012 sul New England Journal of Medicine, ha dimostrato che lo screening è fondamentale per ridurre la mortalità.

 

Come avviene la diagnosi?

La diagnosi viene fatta attraverso biopsia. Il tumore è classificato con un sistema di grading, valutazione dell’aggressività, che si chiama score di Gleason.

La diagnosi va fatta sulla base dei valori del Psa e della visita urologica e, in caso di sospetto tumore, si ricorre alla biopsia, che permette di verificarne l’aggressività e di classificarlo, secondo lo score di Gleason.

A questo si aggiunge la risonanza magnetica, che nell’immediato futuro diventerà un cardine della diagnosi precoce: sempre più medici ne richiedono l’esecuzione prima della biopsia prostatica.

 

La visita urologica è consigliabile anche se il Psa è nella norma?

A partire dai cinquant’anni la visita urologica è certamente consigliata, perché il Psa non è un marker tumorale ma di salute d’organo. Esistono altre condizioni che possono mascherarne o alterarne il valore.

 

E se la diagnosi è positiva, come si può intervenire?

Abbiamo tre modalità principale, grazie al fatto che si tratta di un tumore a lento accrescimento. Per i pazienti che hanno una malattia limitata e poco aggressiva offriamo la sorveglianza attiva attraverso controlli ripetuti nel tempo e postponendo il trattamento definitivo in caso di aumento di aggressività o di estensione della malattia. Oggi questa modalità si può applicare a circa un paziente su quattro.

La seconda possibilità è la radioterapia. Ne esistono diverse forme, come la radioterapia conformazionale, la tomoterapia e la brachiterapia. Tutte queste modalità mirano alla completa eliminazione del tumore.

Il terzo tipo di trattamento è quello chirurgico, con la prostatectomia radicale. Questo intervento consiste nell’asportazione chirurgica dell’organo malato e può essere eseguita con metodica robotica, laparoscopica o a cielo aperto.

Nelle malattie a rischio basso o intermedio, il trattamento chirurgico e radioterapico sono equivalenti dal punto di vista oncologico, ossia offrono la stessa possibilità di guarigione. Nel caso invece di tumore ad alto grado di aggressività o localmente avanzato, serve una gestione multidisciplinare, con un programma di trattamento che coinvolge sia il chirurgo urologo, che il radioterapista che l’oncologo per aggredire la malattia su più fronti.

 

Quali probabilità di guarigione offre l’intervento precoce?

Oggi sono decisamente migliorate rispetto al passato. Se il tumore è localizzato e intercettato precocemente, a dieci anni dal trattamento circa il 90% dei pazienti sono vivi e il 70% è libero dalla malattia, senza recidive.

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