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Tumori infantili e fertilità futura

Ogni anno in Italia sono diagnosticati 1400 nuovi casi di tumore in età 0-14 anni.

Di questi, uno su tre è una leucemia. E’ pur vero che la percentuale di guarigione è sempre più alta – otto bambini su dieci guariscono – ma le cure oncologiche alle quali si sottopongono i piccoli pazienti rischiano di precludere a questi bambini, una volta diventati adulti consapevoli, la possibilità di avere dei figli. Ne parliamo con Angelo Ricci presidente della Federazione Italiana Associazione Genitori Oncoematologia Pediatrica (FIAGOP).

Quali sono i tumori più frequenti fra i bambini e gli adolescenti?

Sicuramente le leucemie. Mi verrebbe da dire “per fortuna” perché sono fra le malattie oncologiche quelle che, al momento, hanno le migliori probabilità di guarigione. Siamo ormai oltre all’85-90%. Dopo di che vengono i tumori cosiddetti “solidi”, come quelli cerebrali, i neuroblastomi, i sarcomi. Purtroppo, per questi tipi di tumori infantili, la situazione è meno rosea: le percentuali di guarigione non sono altrettanto elevate.

Se sempre più bambini guariscono dal cancro, rimangono comunque vittime degli effetti collaterali delle terapie.

Già. Questo accade per il semplice fatto che i farmaci chemioterapici non colpiscono solo le cellule malate ma anche quelle sane. Tuttavia, se – una volta finita la terapia – i capelli ricrescono, non sarà lo stesso per gli ovociti o gli spermatozoi, qualora gli organi riproduttivi del bambino dovessero essere stati danneggiati dalle radiazioni. Per questo motivo bisogna agire prima.

In che modo?

In passato il primo obiettivo era: salvare il bambino. Adesso che le guarigioni sono sempre più numerose, non ci si occupa più solo della sopravvivenza dei bambini malati oncologici, ma anche di fare sì che possano avere, in futuro, una qualità di vita paragonabile a quella degli altri bambini. E, se lo desiderano, diventare un giorno a loro volta genitori.

Congelando i loro gameti?

Esatto. La pratica più utilizzata è la crioconservazione. Per ovvi motivi, deve essere fatta prima che i bambini subiscano trattamenti chemioterapici e/o radioterapici. Detto questo, non è comunque sempre attuabile. Se le bambine possiedono, fin dalla nascita, un “corredo” di ovociti che è possibile, in qualsiasi momento, anche prima dello sviluppo, asportare, crioconservare e reimpiantare, per i maschi, il discorso è diverso. La crioconservazione del seme è realizzabile solo dopo la pubertà. Sono questioni comunque che meriterebbero anche un dibattito etico, oltre che scientifico.

A parte la crioconservazione, che cosa si può fare per ridurre l’impatto delle terapie oncologiche sui nostri figli?

Il fatto che la percentuale di guarigione sia sempre più alta porterebbe a pensare che negli ultimi anni siano stati scoperti nuovi farmaci in grado di guarire i bambini. Non è così. Più della metà dei farmaci usati in oncologia pediatrica sono stati studiati per l’adulto e solo in seguito utilizzati e adattati “off label”, cioè al di là delle autorizzazioni, sui più piccoli. La FIAGOP, assieme ad altre associazioni europee, sta facendo pressione sulla Commissione Europea perché emani una legge più restrittiva dell’attuale normativa sull’oncologia pediatrica e obblighi le aziende farmaceutiche, per ogni nuovo farmaco oncologico, a sperimentarlo anche in ambito pediatrico. Solo somministrando ai bambini medicinali appositamente studiati per loro potremo ridurre al minimo gli effetti collaterali delle terapie oncologiche, nell’immediato e in seguito. Compreso quelli sulla fertilità.